La discriminazione viene definita come un comportamento – diretto o indiretto – che causa un trattamento non paritario di una persona o di un gruppo di persone, in virtù della loro appartenenza ad una determinata categoria. Si ha una discriminazione diretta quando si agisce per mettere una persona o un gruppo di persone in una situazione o in una posizione di svantaggio.

Esempio: Non assumere un musulmano, sebbene sia qualificato per il lavoro, per via della sua religione di appartenenza.

Si ha una discriminazione indiretta (come si diceva prima per omissione) quando una norma, un regolamento, una prassi, un criterio o un parametro apparentemente neutri mettono – di fatto – in una situazione di svantaggio una persona o una categoria di persone.

Esempio: Prevedere che tutte le commesse di un negozio di abbigliamento tengano i capelli scoperti, colpendo in questo modo tutte le donne che indossano hijab.

Situazioni discriminatorie possono verificarsi in vari ambiti della vita sociale (scuola, lavoro, vita pubblica, ricerca di una casa) e possono essere perpetrate per mano di un singolo, o di una istituzione pubblica.

Esempio: Il proprietario di un appartamento che fa espresso divieto di affittare a stranieri

Esempio: Un bando di selezione pubblica in cui viene richiesto il requisito di cittadinanza italiana anche per professioni che non prevedono l’esercizio di una funzione pubblica o di interesse nazionale.

Alcuni contributi utili a comprendere episodi discriminatori sono raccolti nella sezione “Giurisprudenza e prassi”.

Ulteriori informazioni su come riconoscere una discriminazione razziale ed una molestia sono contenute nella sezione “Domande frequenti (FAQ)