Viaggio della Memoria del Forum delle comunità rom, sinte e caminanti. Diario e considerazioni da un percorso storico e personale

Oggi ad Auschwitz siamo spettatori, nel presente dobbiamo essere protagonisti (Auschwitz, 2 agosto 2019)

L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, per ribadire il proprio impegno nel valorizzare la memoria del “Porrajmos” (le persecuzioni e lo sterminio di Rom e Sinti) ha partecipato, con una delegazione del Forum delle comunità, alle commemorazioni ufficiali del 75° anniversario del rastrellamento e dello sterminio avvenuto il 2 agosto 1944, presso il Campo BII di Birkenau, lo Zigeunerlager.

Il viaggio – promosso attraverso un percorso progettuale attivato recentemente con il Formez PA – ha previsto una visita al Museo Memoriale di Auschwitz I ed è stato accompagnato da approfondimenti sulle persecuzioni in Europa, sui campi di concentramento e sterminio, supportati dagli interventi di docenti, esperti e personalità riconosciute per la propria competenza e attenzione al tema. Di particolare impatto emotivo sono state le testimonianze di tre sopravvissuti allo sterminio, Else Baker, Nadir Dedic ed Eva Fahidi, che hanno preceduto l’intervento del reverendo Jessi Jackson.

Il gruppo, composto da 27 giovani, studenti, ricercatori, insegnanti, artisti e attivisti rom e sinti, caratterizzato da un’ampia diversità regionale, di genere, di gruppi interni alla comunità, del livello di istruzione e delle condizioni sociali degli stessi, ha risposto con una partecipazione globale e attiva. Nel corso della visita la delegazione ha avuto modo di incontrare rappresentanti del Central Council of Roma and Sinti, della Commissione Europea, del Consiglio d’Europa, di diverse organizzazioni non governative di altri Paesi europei. La visita ha prodotto una riflessione per la futura valorizzazione del percorso nell’ambito delle attività della Strategia Nazionale Rom Sinti e Caminanti (2012-2020) con l’idea della creazione di un board di giovani esperti di Porrajmos, motivati come agenti a tutela di diverse fasce e gruppi minoritari discriminati; è emersa la necessità di strutturare nuovi percorsi formativi – prevedendo un lavoro “oltre Auschwitz”, sulle “altre” deportazioni e altri campi. In particolare si è auspicata la diffusione della tematica in ambito scolastico, in ogni ordine e grado e con il coinvolgimento dei Dirigenti, con l’obiettivo ultimo di un inserimento del tema nei curricula scolastici.

Parole e simboli della visita (a cura dei partecipanti, con lo speciale contributo dei giovani)

Una parola, in romanes, Porrajmos. Significa ‘grande divoramento, grande devastazione‘. È la resa ‘italiana’ dell’internazionale Samudaripen. ‘Tutti morti’. È una parola pesante che ha denti di fumo: indica un olocausto dimenticato, quello delle popolazioni romanì, vittime del genocidio nazista. (…) C’è ancora un vecchio violino in casa, la custodia è in legno e le corde sono tutte rotte. I crini dell’archetto sono spezzati a metà e bruciacchiati, pendono come nervi slegati, polverosi. C’è un piccolo spartito piegato a cuore dentro una scatola di latta, uno spartito giallo che sa di muffa e che non ho mai avuto il coraggio di aprire. Uno spartito come la luna, una storia che vive nel vento, che ha gli occhi appesi ai bordi di una conchiglia. Che, una notte, nella Storia, ha perso le parole (da “Il cuore in una scatola di latta”, di Morena Pedriali, scrittrice e blogger).

Appena entrata all’interno del campo, ho percepito una sensazione di vuoto totale: non sapevo cosa aspettarmi e quali sensazioni avrei provato (…).

La cerimonia si è svolta all’interno dello Zigeunerlager e lì la sensazione di vuoto si è amplificata al massimo. Ero all’interno del campo dove la mia gente fu sterminata. La loro unica colpa era quella di essere una razza inferiore, pericolosi per la società e indegni di esistere. Per quanto riguarda i bambini invece la loro unica colpa era quella di essere nati. Ho avuto i brividi per tutto il tempo della cerimonia e non facevo altro che guardarmi intorno. Nella mia mente avevo un chiodo fisso, una domanda che mi sono portata fino al museo di Auschwitz: come è stato possibile tutto questo? Come ha fatto un essere umano, Hitler, a creare quel luogo di devastazione ed avere l’appoggio di altri esseri umani? (…) Da donna rom, ma anche cittadina italiana, userò il Porrajmos come strumento prezioso per ottenere una società in cui esista il pieno rispetto e valore della diversità. (“Non innamoratevi di Auschwitz”, di Senada Ramovski, studentessa universitaria)

Recuperando le suggestioni emerse nel corso della visita, si può concludere trascrivendo alcune espressioni e simboli, esternati durante il viaggio, che si riportano di seguito:

  • La memoria è un ponte
  • Si visita Auschwitz per riconoscere oggi i meccanismi di Auschwitz
  • Auschwitz non dà risposte se non una: che questo è accaduto e dunque può ripetersi
  • Negare l’identità, per Rom e Sinti, significava sperare di sopravvivere.

    Allegati