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9 Febbraio 2021

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Sei modenesi alla sbarra per commenti razzisti. Un sinti racconta quei giorni:

Modena – «Era il dicembre 2014. Quella notte mio figlio mi ha chiamato dicendo di correre subito da lui, al terreno dove abitava da poco. Quando sono arrivato era bruciato il bagno chimico. Avevano tirato una bottiglia incendiaria. Ho chiamato la polizia. Dopo ho saputo da mio figlio della gente che su Facebook e Instagram aveva detto parole di odio contro di noi nomadi». Raffaele De Barre, sinti modenese, ha parlato per primo al processo iniziato ieri contro sei dei dodici haters che avevano postato commenti pesanti o violenti contro la notizia pubblicata dalla Gazzetta di un insediamento nomade abusivo in Stradello Ponte Ghiotto. E li avevano ripetuti anche dopo l’ attacco incendiario. Quello iniziato ieri al Collegio del Tribunale è il primo caso certo in Italia di processo a un gruppo di presunti haters con l’ aggravante dell’ odio razziale, la cosiddetta Legge Mancino. Un processo che permetterà di distinguere un commento inappropriato o stupido da un incitamento all’ odio fino alla provocazione all’ omicidio. Se ne parlerà ancora, ma ieri è stato ascoltato uno dei due familiari coinvolti. L’ altro, il capofamiglia sul terreno che Raffaele aveva regalato al nipotino di sei anni, era assente per un grave motivo familiare. Raffaele De Barre ha così risposto alle domande del Pm Francesca Graziano e del suo avvocato di parte civile Nicoletta Tietto: «Non so usare I social ma mio figlio mi ha fatto vedere che su Facebook c’ erano dei commenti a un articolo di giornale che parlava del nostro insediamento. Era considerato abusivo, è vero; oggi è regolare ma allora c’ era un’ indagine per abuso edilizio. Sotto quella notizia si scatenò l’ odio contro i nomadi. Ho letto frasi come: “Bruciate gli zingari, buttateli nel fuoco, annegateli!”. È successo perché eravamo zingari, non ci sono altri motivi. Poi c’ è stato l’ incendio». «Nell’ articolo dicevano che eravamo abusivi e che dovevamo andare via. Ma erano i commenti sotto che facevano paura. Dopo l’ incendio la famiglia di mio figlio ha vissuto nella paura. Anche io non riuscivo più a dormire. Stavo alzato di notte con la paura che tornassero a incendiare il terreno o la casetta. È per questo che abbiamo deciso di denunciare chi faceva quei commenti». La denuncia dei De Barre è stata infatti la prima in Italia ad opera di nomadi contro gente che incita l’ odio verso la loro etnia. Un fatto unico nato proprio dalla paura generata dalla molotov dopo che qualcuno aveva incitato i modenesi a bruciarli. Va però chiarito – ed è stato detto quando ha deposto la soprintendente dell’ Anticrimine che ha identificato i commentatori segnalati – che gli autori delle peggiori provocazioni sono rimasti nell’ ombra: grazie ai nickname, questi troll hanno mandato a processo gente che ha seguito la scia dei commenti e che aveva i profili Facebook aperti o i dati personali identificabili. Altri hanno ottenuto la messa alla prova. Prossima udienza fissata per il 15 marzo.

(fonte Gazzetta di Modena)