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L’esperto «I giovani usano il telefonino e spesso non hanno nemmeno il tempo per riflettere» di Elisabetta Soglio

Un giovane su 10 non considera grave l’uso sul web di termini che offendono, aggrediscono, esprimono odio o intolleranza. Uno su quattro pensa che questo linguaggio rappresenti comunque il modo di comunicare in Rete e, di conseguenza, non vada corretto con provvedimenti di autorità esterne. Non condivido ma accetto, insomma. Certo, l’analisi vale anche a rovescio: nove giovani su dieci condannano queste forme espressive e tre su quattro vorrebbero che si intervenisse per contrastarle. «Ma – osserva il professor Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale alla Cattolica di Milano – dobbiamo comunque riflettere sul fatto che un gruppo, per quanto minoritario, di giovani utenti dei social non abbia consapevolezza delle insidie che il web nasconde, non sappia formulare un giudizio critico e viva in modo deresponsabilizzato la sua presenza in rete». Rosina ha curato l’indagine dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo che domani verrà presentata e discussa all’interno della due giorni «Parole O_Stili», una community contro la violenza 2.0 che vuole far riflettere sull’influenza delle parole: domani e sabato a Trieste alcuni esperti e soggetti del settore si confronteranno e presenteranno un «Manifesto della comunicazione non ostile»

Oltre al tema delle bufale in rete e dei «trolls», l’indagine approfondisce dunque la questione dell’ hate speech : considerato grave dal 44 per cento degli intervistati e abbastanza grave dal 45 per cento. La percentuale del 10,6 per cento sale al 15 se si circoscrive a chi ha un titolo di studio basso. «Probabilmente – ipotizza Rosina – si dà per scontato che in Rete ci si possa sfogare lasciandosi guidare dall’istinto. Anche perché la maggior parte dei giovani usa lo smartphone e di conseguenza spesso non ha neppure il tempo tecnico per riflettere: vede un video o legge un post e risponde di getto».

Nella percezione degli intervistati le vittime principali del linguaggio violento sono gli immigrati (58,8 per cento), personaggi pubblici (37,1), gli omosessuali (35,4), i musulmani (33), le donne (25,3). Cosa fare per contrastare questi episodi? Il 78,4 per cento vorrebbe una segnalazione a piattaforme e siti; il 73,3 che si elimini d’imperio l’ hate speech individuato; il 70,1 che si applichino censure da parte delle piattaforme e dei siti. Esiste però un 26,7 per cento secondo cui queste frasi non dovrebbero richiedere interventi dall’esterno (e la percentuale sale al 34,2 fra chi ha un titolo di studio basso). «C’è una maggioranza silenziosa – dice Rosina – secondo cui il web andrebbe migliorato, ma non sa come fare. Sono quelli che o subiscono o si ritirano amplificando in questo modo lo spazio a disposizione degli aggressivi». Ancora un dato: se si chiede cosa vada considerato hate speech , solo il 26 per cento inserisce anche le critiche considerate invece ammissibili da tre quarti degli intervistati (e per il 31,8 per cento di chi ha un titolo basso anche un commento con termini offensivi può essere talvolta legittimato). C’è un evidente divario fra le risposte di chi ha una laurea e chi ha titoli di studio inferiori: «Chi ha maggiori risorse culturali riesce a usare meglio lo strumento tecnologico e forse ha anche minori frustrazioni perché ha trovato un’occupazione. Chi è più schiacciato ai margini anche nelle prospettive sfoga la sua rabbia con il mezzo più immediato che appunto è quello della Rete». Infine, il problema: «Questa generazione si trova di fronte al dilemma di chi capisce che c’è un problema sull’uso del web ma è spiazzata su come difendersi dalle trappole della Rete».

(fonte Corriere Milano)