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Leone Jacovacci, il campione mulatto Pugile romano censurato dal Duce

Il documentario di Tony Saccucci, prodotto dall’Istituto Luce, racconta una vicenda
di sport e pregiudizio. Il regime di Mussolini mutilò le immagini del suo trionfo

«Sono un irriducibile esaltatore della mia razza e per una bizzarria del mio spirito non so vederla e non so amarla che con colori chiarissimi e tutte le ombre e tutto il nero non sono graditi alla mia psiche». Almeno fu a suo modo onesto, l’allora celebre Adolfo Cotronei, nella sua stupefacente cronaca sportiva dell’«incontro del secolo» che aveva visto il «latteo» e fascista Mario Bosisio perdere contro «er nero de Roma» Jacovacci. Riconobbe che sì, era «orgoglio certo del pugilato italiano, Leone Jacovacci, campione sublime nell’arringo internazionale, ma avrei desiderato che Mario tenesse il suo titolo e il suo prestigio».

leoneGli altri furono indecenti, con il pugile figlio di Umberto Jacovacci, un romano finito a cercar fortuna nell’allora Congo belga di Leopoldo II, e della figlia di un capo tribù, Zibu Mabeta. Era il 1928, anno VI dell’Era Fascista. E anche se Benito Mussolini doveva ancora accelerare verso la leggi razziali («Naturalmente non esiste più una razza pura, nemmeno quella ebrea», avrebbe detto nel 1932 a Emil Ludwig, sostenendo che la razza «per il 95 per cento è sentimento») il regime era imbarazzato e infastidito dalla popolarità di quel ragazzo che, combattendo soprattutto all’estero, si era fatto largo nella boxe continentale fino a vincere quel giorno il titolo europeo.

Lui, un «negro», con un nome e un cognome italiani, svettante nello stadio del Partito nazionale fascista dove poi sorgerà il Flaminio. Trionfante sul bianco lombardo. In faccia alle massime autorità in camicia nera. Forse Leone intuì, nell’attimo esatto in cui levava il pugno al cielo in segno di vittoria, che non gli avrebbero perdonato il successo. Certo è che non una sola foto di quel pugno al cielo a testimonianza del trionfo è finita negli archivi, racconta il film Il pugile del Duce di Tony Saccucci, che sarà proiettato in anteprima il 7 marzo nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per poi uscire in sala il 9 marzo e andare infine al Parlamento Europeo.

Peggio, racconta Mauro Valeri, autore del libro Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l’invincibile mulatto italico (Palombi, 2008), da cui la pellicola è tratta: «Il filmato dell’Istituto Luce di colpo finisce e non ci sono i minuti finali». Dava fastidio. Al punto che fu fatto vedere sì in tutti i cinegiornali italiani, però a commentare quell’incontro non fu Leone Jacovacci il vincitore, «ma Mario Bosisio, lo sconfitto, che utilizzerà tutte le proiezioni per dire che lui, in realtà, è il vero vincitore».

«Tarchiato, ma non troppo appariscente; in eterno dondolio colle mani affondate nelle tasche d’un soprabitino attillato, cappello sugli occhi, faccia bronzina», come scriveva un articolo dell’epoca, ritagliato dallo stesso Leone che incollò ordinatamente per anni in un album, giorno dopo giorno, foto, titoli notizie e notiziole, il giovanotto parlava quattro lingue, «cinque col romanesco, che possiede alla perfezione». Per questo forse piaceva al popolino. Perché l’Impero sabaudo vabbè, ma Roma! Da una pasquinata sgorgò perfino una canzoncina: «Non t’arrabbiar Bosisio/ se Jacovacci te rompe er viso/ se ce rifarai un’artra vorta/ te manna a casa co le ossa rotta».

Morta la mamma e cresciuto col fratello Aristide prima dalla nonna e poi da una zia, annoiato dalla scuola (anche se la licenza elementare vide tutti 7 e 8, 9 in componimento), Leone era già giovanissimo piuttosto irrequieto: «Era poco più che un ragazzo quando scappò ancora, non più dal collegio, ma da Roma», racconta in una vecchia biografia Edoardo Mazzia. «Con pochi soldi in tasca, forse appena necessari per il biglietto ferroviario, arrivò a Taranto, fingendosi un povero ragazzo di Calcutta, sperduto, che ha smarrito tutti i suoi documenti e vorrebbe arruolarsi». Mentì sull’età, fu preso, imparò l’inglese e i primi rudimenti della «nobile arte», si procurò un passaporto col nome John Douglas Walker.

Fu proprio con quel nome, ritoccato in Jack Walker, che esordì. A Londra: «Una sera, passeggiando sul Tamigi, fuori da un locale venne ingaggiato al volo per combattere. C’era un incontro fra un negro americano e un inglese, ma all’ultimo momento il negro si era… squagliato. Ben cinque sterline per resistere qualche round». Il suo avversario «era uno dei migliori pesi medi dell’epoca»: al terzo round Leone lo mandò kappaò.

E andò avanti a vincere, vincere, vincere. Finché arrivò a Milano, su un ring italiano. Fu lì che, scrive Mazzia, gli scappò all’undicesimo round di urlare al secondo: «Sbrighete, damme l’acqua!» Troppo, per un indiano suddito di sua maestà britannica. Cominciò allora, come ricostruisce Saccucci grazie ai filmati straordinari dell’Istituto Luce, ad accarezzar l’idea di riprendersi la sua identità di italiano nero. E a sbattere il naso contro l’ostilità delle autorità politiche, burocratiche e pugilistiche.

È una storia sportiva formidabile, quella di Leone. Che vede il giovane campione salire sui ring «ormai indifferentemente nelle categorie dei medi e dei medio-massimi», cosa assai rara, e «battere e ribattere i due campioni europei di due pesi diversi». Peserà di più, però, il dramma umano. Niente da fare: i fascisti lo vorrebbero sì, un fuoriclasse così a rappresentar la maschia stirpe italica. Non nero, però. Ed è tanto cocciuto il rifiuto della nazionalità al ragazzo nato italiano da spingere un corsivista (in quei tempi!) a ironizzare: «La F.P.I. (Federazione Pappagalli Imbalsamati, sede di Milano) contesta al mulatto romano il diritto di contendere il campionato italiano dei medi al detentore del titolo». Come se, irrideva, Leone fosse «un nome che puzza troppo di deserto» e Jacovacci quello di «un ministro di Assurbanipal».

Il sogno di Leone uscirà sconfitto. Troppi pregiudizi in una Italia che sta per stampare quaderni scolastici spiegando ai bambini che la missione dei nostri soldati in Africa «è di portare in mezzo a quelle razze nere, false e viziose, orgogliose e crudeli, feroci coi deboli e coi vinti, umili, vili e striscianti davanti ai forti, il verbo della civiltà latina e la giustizia della scure fascista».

Nel librone dove giorno dopo giorno annotava tutto e incollava i ritagli dei giornali che parlavano di lui, Leone lascerà una riga vuota: quella del 24 giugno 1928. Il giorno in cui aveva strappato a Bosisio il titolo di campione italiano ed europeo ed era come se non fosse mai accaduto.

(fonte Corriere della Sera )

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